Dal guaritore siciliano

Quel mattino, quando mia madre venne a svegliarmi, disse che mi avrebbe portato da un altro dottore per farmi visitare. <<E’ un dottore speciale>> aveva sussurrato <<vedrai che ti farà stare bene>>. Ero troppo piccolo per capire che non ci credeva nemmeno lei, ma mia nonna aveva molto insistito dicendo che ne parlavano tutti bbinimenti, e che provare non costava nulla. Per lei, classe 1918, era normale affidarsi ai rimedi della medicina popolare.

Ci arrivammo verso le dieci, dopo un viaggio in auto di due ore. Il paese di collina era piccolo, una fila di case costruite lungo il corso principale di mattoni alla fine del quale il belvedere si affacciava sulla valle sottostante. Nei vicoli laterali in terra e pietre razzolavano liberamente gli animali da cortile. Ogni abitazione aveva le ante dell’uscio aperte verso l’interno ed una tenda di canne simile ad una stuoia fissata sopra la porta e srotolata verso il gradino antistante la strada. A quel tempo le donne siciliane erano solite passare i pomeriggi sedute all’ombra della tenda a lavorare a maglia o a spicchiare le fave, rinfrescate dall’aria che spirava dall’interno della casa.

Non fu necessario cercare il posto dove eravamo diretti perché lo riconoscemmo subito dalla piccola folla che si accalcava davanti l’ingresso in un continuo andirivieni. Capannelle di uomini e donne scambiavano parole fuori dalla porta mentre i bambini schiamazzavano per strada.

Entrammo nella piccola stanza adibita a sala d’attesa. Le persone in coda per la visita occupavano tutta la fila di sedie che correva su tre lati mentre nella parte di fronte, di fianco alla porta che conduceva allo studio, una donna vestita di nero seduta dietro un banco di scuola arrugginito annotava i nomi dei pazienti in lista.

Quando fu il nostro turno la donna ci accompagnò alla porta e ci fece entrare.

<<Vossia s’abbenerica. Facissi assittari u criaturu>>, disse l’uomo che ci attendeva dentro.

Stava in piedi in mezzo alla stanza mentre con un cenno mi fece segno di sedermi. Doveva avere circa cinquant’anni, di media statura, magro e con un riporto di capelli lisci che scendevano sulla fronte. Indossava un paio di sandali di cuoio sulle calze bianche, pantaloni grigi ed una camicia di lino a maniche corte che per il sudore gli si appiccicava addosso. Aveva tutto tranne che l’aspetto di un medico.

Il caldo afoso dell’estate siciliana si faceva sentire e poco poteva l’unico ventilatore che rumorosamente tentava di dare qualche sollievo.

La stanza delle visite era insolita, diversa gli altri studi medici dove ero stato. Su un vecchio tavolo in legno c’erano dei libri, alcune penne e matite colorate e, sparsi qua e la, dei fogli. In un angolo si trovava un separé ed un appendiabiti. Accostate alla parete una credenza e due seggiole di paglia mentre al centro della stanza il lettino per le visite dove mi fece sedere a torso nudo. Nell’aria aleggiava un odore di erbe aromatiche e fieno.

Parlò per un po’ sottovoce con mia madre prima di avvicinarsi a me. Iniziò a sentirmi il cuore con l’orecchio appoggiato al torace, come se potesse capire le cause della mia debolezza. Ad ogni mio respiro ripeteva come un mantra dei mugugni, misti a parole incomprensibili.

Continuò così per un minuto, poi con una lampadina mi controllò gli occhi ed infine esaminò con le dita i palmi delle mani. Mentre esercitava quella leggera pressione sentivo i miei battiti pulsare. Per un attimo si allontanò verso la credenza da cui tirò fuori un fascio di erbe secche. Riconobbi l’odore di rosmarino, menta e salvia. Tornò verso di me e mettendomi il fascio sotto il naso mi disse di respirare profondamente. Poi lo passò sul mio petto che massaggiò energicamente. Sarà stata la suggestione, ma in quel momento mi sentii più forte e sollevato.

Al termine della visita, che durò in tutto quindici minuti scarsi, scrisse su un foglio la ricetta che comprendeva diverse erbe facilmente reperibili con cui preparare dei decotti e l’acqua di una fonte locale che si diceva fosse ricca di proprietà terapeutiche e lenitive, che le veninano trasferite dagli elementi con cui veniva a contatto lungo il suo corso dalla sorgente.

Quando tornammo a casa nel pomeriggio raccontai eccitato ai miei fratelli l’esperienza di quella giornata e la sera andai a dormire con l’odore pungente delle erbe e la voglia di svegliarmi e stare bene.

Epilogo e nota a margine

Quel bambino di otto anni ha continuato a essere debole nonostante la cura a base di acqua e rosmarino. Una stanchezza cronica che non gli permetteva di condurre la normale vita di tutti i bambini: giocare a pallone, andare in bicicletta o a volte semplicemente fare le scale.

Parecchi mesi dopo, un cardiologo dell’ospedale di Catania che aveva iniziato a seguirlo ebbe un ispirazione illuminante sulla causa della stanchezza che lo portò a formulare un’ipotesi rivelatasi poi esatta. Grazie a quel medico, a quelli che ci furono dopo di lui ed al progresso della scienza medica, quel bambino è diventato un adulto sano.

Nota: rosmarino, menta, ginestra e salvia appartengono al gruppo di erbe e piante officinali che crescono spontaneamente in Sicilia. Sono utilizzate nella fitoterapia ed è riconosciuto che contengano principi attivi ed oli essenziali dalle proprietà diuretiche, sedative, tonificanti dei muscoli e del cuore, energizzanti.

 

Dal guaritore sicilianoultima modifica: 2011-08-06T16:12:00+02:00da massimoko
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